notes per la psicoanalisi 2/2013

figure del dominio

Le problematiche legate al dominio intersecano variamente la letteratura psicoanalitica. Figure di dominio, certo, sono un genitore o un’autorità paterna riconosciuta cui sono propri comandi e divieti, ma sono tali anche istanze meno chiaramente definibili nella realtà concreta, attraverso le quali sono veicolate pressioni più segrete, desumibili dai loro effetti, che impongono sottomissione oppure sono rigettate con atti di insubordinazione. Figura del dominio è ‘sua maestà il bambino’ nel suo essere figura dell’infantile, l’indomabile che domina.

In Pulsioni e loro destini Freud propone un percorso del dominio relativamente sia alla pulsione sia all’oggetto: per quel che riguarda la pulsione, la tematica del dominio dell’eccitazione appartiene all’esame delle funzioni dell’apparato psichico. Quanto all’oggetto, innanzitutto incontriamo il divorare, «una prima specie di amore compatibile con l’abolizione dell’esistenza separata dell’oggetto», e quindi il sadismo anale, «spinta ad appropriarsi dell’oggetto e non importa se viene danneggiato o annientato». Un impossessamento, dunque, del destino dell’oggetto. Nel mondo interpersonale, d’altro canto, l’esistenza in vita del dominato o la sua continua riproduzione certifica il suo assoggettamento, o il suo spossessamento della facoltà di autodeterminazione; o addirittura il dominio varca la soglia dell’annientamento dell’altro o coincide infine col desiderio di cancellarlo dal mondo nella follia delle azioni di sterminio che si accompagnano a un’istanza narcisistica ciecamente protesa all’affermazione di un’identità piena e incontrovertibile.

Volgendosi altrove rispetto a questi estremi dell’odio, la pratica della psicoanalisi, come ogni relazione interpersonale, è attraversata quotidianamente dall’incidenza della dominazione ad opera dei poteri economici e finanziari, che influenzano le sue forme e i suoi confini; è attraversata dal potere della cultura e delle istituzioni dominanti e dalla loro capacità di traino dell’individuo, se non nello schiacciamento nella massa, quantomeno nell’assoggettamento a fenomeni di imitazione spesso sconcertanti, oggetti tutti, questi, di un dibattito ancora attuale.

In più è attraversata, nell’epoca odierna della cosiddetta postmodernità, dal dominio di oggetti tecnologici e simulacri mediatici. E ciò fino alla messa in atto di protesi culturali per certi aspetti anch’esse estreme, come la riproduzione artificiale quando dimentica completamente la storia umana del concepimento di un determinato individuo, o come una relazione virtuale che mediante un dispositivo elettronico cattura nell’inanimato, espedienti che dovrebbero significare il dominio pieno dell’uomo sulla natura e che sono piuttosto fonti di pressione sullo psichismo in direzione di un impoverimento della soggettività.

La storia delle protesi culturali finalizzate al dominio dell’uomo sulla natura è da sempre parte costitutiva dell’esperienza dell’umano. Lo stato di impotenza infantile appartiene all’esperienza originaria della realtà, nella quale l’immaturità biologica espone la specie umana a una acquisizione più tardiva della padronanza corporea rispetto ad altre specie e a una dipendenza originaria dal sistema culturale che s’intreccia con la prima relazione alla madre e che narra, attraverso il mito, il potere dell’origine.

Così i modi nei quali si declina l’umanizzazione del bambino sono altrettanti tentativi di dotarlo di attributi culturali che siano frutto di una costruzione condivisa, a cominciare dalla creazione dell’infanzia come uno stato necessariamente attraversato in negativo dall’opera condivisa della rimozione. Opera dalla quale non è troppo lontana la necessità del secolare appiattimento della donna sul ‘continente nero’, dove scompare l’intreccio inquietante tra gli enigmi della sessualità e quelli dell’origine. Quando a questo ombelico del pensabile si rivolge un’interrogazione sul sapere, sui bordi della sessualità rimossa, o di quello che Freud ha chiamato il potere di attrazione dell’inconscio, si edifica parallelamente una diga di resistenza che si oppone alla sua dominazione. «Malvolentieri scopro questi sublimi arcani…», così si rivolge Mefistofele a Faust, in un passo che ha molto sollecitato Freud. «Auguste Dee troneggiano in solitudine; l’eterno le circonda senza luogo né tempo. La lingua si confonde a voler parlare di esse. Sono le madri».

«Il compito principale della civiltà – scrive Freud – è difenderci contro la natura»: non soltanto i progressi peculiari della specie dovuti alle tecniche e al linguaggio, ma anche i legami sociali e culturali sono tesi allo sforzo di civilizzare la ‘natura umana’, sono modalità di ‘umanizzarla’ – e con ciò esorcizzare la morte, modalità di padroneggiarla in qualche modo allo scopo di elaborare psichicamente l’angoscia del suo potere.

Ma secondo Foucault più in generale il fatto che là «dove c’è potere c’è resistenza» è espressione del «carattere strettamente relazionale dei rapporti di potere»: questi ultimi «non possono esistere che in funzione di una molteplicità di punti di resistenza, i quali svolgono, nelle relazioni di potere, il ruolo di avversario, di bersaglio, di appoggio, di sporgenza per una presa. Questi punti di resistenza sono presenti dappertutto nella trama di potere».

In fondo non è priva di assonanze con questo passaggio la formulazione di Freud sul carattere immediatamente ‘sociale’ della psicologia individuale: modello, oggetto, soccorritore, nemico, sono le forme del legame, le figure nelle quali comincia a prendere forma la presenza dell’altro nella psiche individuale e che costituiscono le modalità nelle quali si declina il suo potere benefico e malefico fin dallo stato infantile di bisogno primario.

Perché vi sia effettiva iscrizione psichica della presenza dell’altro è tuttavia necessario che in questo potere si determini un taglio, una cessione, qualcosa dell’ordine di quel ‘munus’ mediante il quale Esposito invita a pensare il rovescio dell’appropriazione come possibilità stessa dell’esistenza della comunità. Nucleo etico della relazione si fa allora l’esperienza di un valore della persona umana tarato sull’irriducibilità della considerazione dell’alterità di fronte all’istanza narcisistica dell’affermazione di un’identità piena, senza buchi o contaminazioni che, con l’esperienza della finitezza, rechino le tracce di un incontro.

Sommario

  • editoriale
  • Maurizio Balsamo – Destini dell’imago nella cura
  • Ghyslain Lévy – Dominio e contro-dominio nelle relazioni di transfert
  • Laura Bazzicalupo – Il potere della cura e un persistente assoggettamento
  • Roberta Guarnieri – Powerhead
  • Olivier Douville, Sylvie Quasemand-Zucca – Il fatto clinico, rivelatore di un interrogativo politico?
  • Barbara De Rosa – Il male estremo: arcanum imperii, arcanum humani

Letture

  • Virginia De Micco – Psicoanalisi e Islam: il rovescio oscuro dell’origine 

Recensioni
René Kaës, Il malessere, Borla, Roma, 2013 (Massimiliano Sommantico)

Editore: http://www.biblink.it/catalogo/catalogo%20frame.htm

pp. 118,

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