notes per la psicoanalisi 1/2016

l’indifferenza

Termine negativo, l’indifferenza definisce un grado zero dell’affettività.

Sul piano fenomenico, indica uno stato che nella vita quotidiana desta turbamento, non solo perché appare negare qualcosa di universale come le passioni umane, ma anche qualcosa di noi stessi in quanto ci presumiamo destinatari del messaggio dell’altro: oggetti di un investimento o di una testimonianza affettiva, positiva o negativa, che ci saremmo aspettati e la cui mancanza ci lascia in una maniera o nell’altra sgomenti. L’indifferenza ci getta di fronte a uno specchio vuoto.

Il fenomeno chiama dunque in causa il narcisismo, che si alimenta dell’investimento di sé, quando ne restituisce la mancanza all’oggetto deludente e poi al mondo intero. Sul piano clinico, è certo essenziale discriminare se si tratti di una condizione indifferente che può rivelarsi transitoria o se è in causa una evanescenza melanconica della libido, in cui l’oggetto deludente è radicato fin dall’origine nell’insignificanza.

Antitesi dell’amore, antitesi dell’odio o ‘al di là’ dell’odio stesso e, certo, già nel fondo dell’intercambiabilità dell’oggetto della pulsione antitesi della differenza, l’indifferenza transitando per le pagine del pensiero freudiano si allinea progressivamente con Thanatos. Nella sua apparente immobilità, l’indifferenza colpisce dunque segretamente l’oggetto, se non la vita stessa, con una cancellazione che in ultimo si vuole definitiva.

L’oscillazione di senso del termine percorre la storia della psicoanalisi. L’indifferenza nevrotica che aveva cominciato a scriversi negli studi sull’isteria indicava, piuttosto, un rimedio al dolore mediante il rifugio in uno stato di anestesia psichica. La polarità antitetica di questo genere di indifferenza essendo dunque il dolore, vi si scorge in filigrana l’oggetto della pulsione, o quanto meno se ne indovina la presenza come in una immagine negativa: oggetto sparito dalla coscienza, ma tuttora centrale nella permanenza di un ‘prima’ che ha provocato dolore, oggetto tuttora fortemente investito, dunque, come avviene appunto nel registro della rimozione.

Il nome dell’indifferenza antitetica al dolore si può dare ancora a quegli stati di stordimento e di confusione affettiva susseguenti a dolori estremi: qui quello che sembra scomparire è piuttosto il soggetto, mentre sulla scena rimane solo la cattura del dolore che si manifesta nei suoi esiti di danneggiamento, a causa di una impossibilità di integrazione dei vissuti impensabili che minacciano la continuità psichica.

Ma la sua manifestazione più inquietante si ha quando l’indifferenza e l’insensibilità più assolute si palesano senza che se ne possano indovinare le tracce di un dolore, e anzi di un qualsivoglia ‘patire’, in un’azione di scarica asoggettuale disancorata dalla fantasmatizzazione e dal senso.

È in queste ultime determinazioni che si varca il limite dell’antiteticità dell’indifferenza non più al dolore, ma a ciò che siamo abituati a considerare l’«umano»: la stessa antiteticità all’umano che ci atterrisce nella de-soggettualizzazione di individui o popolazioni bersaglio della distruttività privata o politica, ma anche nell’indifferenza omicida della cronaca quotidiana, dove non cessa di sorprenderci l’omicidio senza ‘movente’, senza ideologia, senza neanche «obbedienza agli ordini», senza ricerca di una sopravvivenza o di un posto nella storia.

Ci resta molto difficile farci un’idea della persona che appare avvolta in questo genere radicale di indifferenza: la psicopatologia non ne rende conto compiutamente, mentre la forza brutale dell’atto distruttivo ci costringe a condividere un grado zero del legame interumano, vero ‘uomicidio’, in cui non vorremmo riconoscerci e che si manifesta come una componente esistente, uno strato o una minaccia percettibile del funzionamento psichico universale, passibile in determinate circostanze di attivarsi e divenire preponderante.

In modo insaturo, questo numero affronta alcune specificazioni dell’indifferenza che possono costituire altrettanti stimoli alla riflessione. Gli autori psicoanalisti nei loro contributi propongono talune essenziali distinzioni concettuali e si soffermano su diverse questioni relative all’investimento della vita psichica nel transfert-controtransfert.

Nella sezione culturale, in modo altrettanto insaturo, annoveriamo saggi che aprono il discorso anche al pensiero politico e ad alcune rilevanti creazioni artistiche attorno all’indifferenza o al suo contrario.

Inoltre, ci è parso significativo gettare uno sguardo obliquo sull’indifferenza attraverso il nodo clinico di una tensione radicale verso il disinvestimento degli oggetti e della realtà, quale è quella che si determina nella psicosi. Pubblichiamo dunque nella sezione ‘classici’ la traduzione italiana di quello straordinario lavoro di Piera Aulagnier che, con il titolo Condannato a investire, dipinge, su uno sfondo antropologico generale, la condizione psicotica di lotta permanente tra la necessità del disinvestimento e gli ancoraggi necessari all’investimento anche minimale del vivente.

Sommario

  • editoriale
  • Francesco Napolitano – Indifferenza versus estraniamento: divagazioni e problemi
  • Dominique Cupa – L’indifferenza: l’‘al di là’ dell’odio
  • Maria Luisa Algini – Far finta di niente. L’enigmatica indifferenza infantile
  • Franca Munari – Ostentare indifferenza. Adolescenza melanconica
  • Ghyslain Lévy – Il rischio dell’indifferenza. Fascinazione omicida e figure attuali del sacro

classici

  • Piera Aulagnier – Condannato a investire

nella cultura

  • Carmelo Colangelo – Osservazioni su democrazia, indifferenza,  ‘oggettualità’
  • Giancarlo Alfano – Quel che è l’indifferente. Una novelletta di Marcel Proust
  • Claudine Vassas – Pina Bausch e il corpo dismesso

letture

  • Anna Zurolo – Differenza, indifferenza, differimentoTraiettorie cliniche e teoriche di tre operatori concettuali

Editore: http://www.biblink.it

pp. 192

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