notes per la psicoanalisi 1/2015

finitezza

Finitezza che si vuol superare, finitezza che si deve accettare… Due modi in cui si è scritta la storia dell’orizzonte umano, e due idee con cui la psicoanalisi è messa incessantemente a confronto.

Riscrivere la storia, rielaborare il passato, far emergere le possibilità esistenziali perdute, accantonate o mai scoperte… Il progetto psicoanalitico raccoglie quel possibile che si trova nelle pieghe della soggettività inespressa, dove fantasia e realtà s’intrecciano. Ed è nel percorso, di cui dà conto forse al meglio l’efficace espressione working through, nel dopo che segna ogni tappa significativa della laboriosa ‘traversata’ analitica, che quel possibile si modula. La realtà della finitezza in un’analisi che fa il suo corso a un certo punto arriva: in un ‘dopo’, quando il limite comincia a farsi intendere nella strutturazione della psiche, o quando il tempo in cerca di un infinito presente si attesta infine in una vettorialità lineare lasciando indietro ciò che non è più, compreso a volte il senso di un’irriducibile inadeguatezza.

 

Fuori della stanza di analisi, gli approdi della civiltà nell’epoca in cui viviamo appaiono largamente pervasi dall’oblio della finitezza, anche se distogliamo lo sguardo dall’avidità degli imperialismi politici e finanziari e dalla violenza smisurata dell’odio, e lo rivolgiamo alla semplice vita ordinaria. Completezza, immortalità, perfezione, autogenerazione, assenza di limite…: le fantasie iperboliche degli individui comuni si aggrappano agli enormi progressi della scienza e affermano il bisogno di sempre di scavalcare la finitezza umana, cercando di comprare antidoti materiali alla vecchiaia, alla incapacità di generare, alla debolezza fisica. La ‘vita naturale’, lo sappiamo, non viene riscritta più solo dalla bio-politica, ma dal bio-mercato.

Vi si può scorgere al fondo la ricerca di una nuova creazione, tanto più che forse ha dietro anche ben altro da dimenticare: una riscrittura della Genesi nell’attuale, attualizzazione del mito come orizzonte di senso della ricerca scientifica ma anche di una nuova antropologia, che si contrapponga alla ormai sempre più innegabile consapevolezza della potenzialità distruttiva dell’umanità. Dove alla storia e alla stessa memoria dell’oggi si oppone la dimenticanza, tanto più cresce il desiderio di ricreare materialmente il capitolo dell’origine mediante la tecnologia.

Vi si può osservare un oblio della fecondità dell’incertezza, che non interroga più il padre ma lo confeziona già impacchettato, sia egli conosciuto o sconosciuto ma sempre a prova di analisi del dna. Ma soprattutto un’ambiguità che invita il singolo a collocarsi nella menzogna collettiva di una onnipotenza a portata di tutti prodotta dalla tecnologia: lo stesso, d’altronde, accade con la tecnologia tascabile della telefonia e delle connessioni ubiquitarie che diventa, prima ancora che un antidoto all’assenza, una protesi non-umana imprescindibile; salvo incontrare la propria inadeguatezza come un marchio singolare che, nell’adesione adolescenziale a questa immagine collettiva cui doversi uniformare, fa di sé qualcosa di sbagliato all’origine.

La nuova ‘creazione’ ad opera della scienza non abolisce, tuttavia, quello che della sua peculiare verità psichica resta fuori dall’evento biologico, sia essa procreazione ‘romanzata’ o fantasia francamente autarchica. Cominciamo a conoscere, d’altro canto, dalla recente clinica psicoanalitica concernente il concepimento senza rapporto sessuale, il paradosso della moltiplicazione segreta e perciò tanto più insistente delle fantasie inconsce espulse all’ombra della tecnicizzazione.

 

Ma la partita della finitezza si rigioca nel dopo, appunto: nel seguito dell’esistenza di ogni singola persona in una nuova tappa dell’identificazione, così come la partita della perdita dell’infanzia si rigioca con quella della fine dell’adolescenza. Costruire l’antenato, perderlo di vista come oggetto per poterlo poi recuperare nel vivo di un’area reminiscente, è il retaggio di un processo di lutto, che in quanto tale approda necessariamente sulla sponda della propria finitezza, e della finitezza del proprio percorso di vita, sia esso un percorso – per dirlo con Freud – per via di ‘volare’ o di ‘zoppicare’.  Scambio rinnovato con l’ante-nato, nuovo incontro, confronto, perdita e nuova invenzione, sono tutti momenti necessari a costituire la premessa di un possibile progetto di vita, o di un suo possibile rifiuto.

È nell’oscillazione tra accettazione e negazione della finitezza che si situa la sorpresa di fronte alla malattia e il ritorno del dolore e dell’impotenza di fronte alla mortalità; o che si situa il trauma di una nuova realtà che cambia l’esistenza, come la perdita del lavoro o di una condizione sociale, che pone il soggetto di fronte alla sanzione senza mezzi termini della perdita delle illusioni che hanno fondato la sua onnipotenza infantile. E la crisi economica che si aggiunge alla crisi valoriale della nostra epoca, colpendo due generazioni con la disoccupazione o la precarietà e disgregazione della realtà lavorativa, comporta, oltre alle difficoltà di vivere, la perdita massiva di riferimenti identificatori individuali e collettivi e sottrae realtà alla capacità di riprogettare un futuro.

È a seconda tanto della dimensione della catastrofe inscritta in questi cambiamenti, quanto della qualità della negazione della finitezza da parte del soggetto, che si gioca la possibilità o meno di assumere e rielaborarne il trauma.

Sommario

  • editoriale                                                                                      

nella clinica

  • Manuela Fraire – Fantasmi dell’origine o origine di nuovi fantasmi?
  • Maria Lucia Mascagni – Se non si esiste non si può morire
  • Mariella Ciambelli – La vita offesa. Frammenti da una cura
  • Rita Corsa – Senza speranza. Una storia comune
  • Danielle Quinodoz – Psicoterapia degli anziani
  • Christophe Dejours – Reazioni psicopatologiche alle rotture involontarie dell’attività lavorativa

 nella cultura

  • Carmelo Colangelo – Sul «dorso di una tigre». Critica della finitezza, invenzioni del limite
  • Silvano Facioni – Il dileguarsi della congettura                                                                             

recensioni

“Quaderni del Centro Napoletano di Psicoanalisi” n. 5, 2014: Identità e processi di identificazione, a cura di Paolo Cotrufo e Rossella Pozzi

n. 4, 2012: Le figure del vuoto. I sintomi della contemporaneità: anoressie, bulimie, depressioni e dintorni, a cura di Luigi Rinaldi e Maria Stanzione (Stefania Napolitano)                                                                    

“Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica”

n. 1, 2014: Che cos’è il presente?

n. 2, 2015: Dire di no (Maria Cecilia Bertolani)

Antonio Alberto Semi, Psicoanalisi della vita quotidiana, Milano, 2014 (Lucia Schiappoli)

Editore:http://www.biblink.it

pp 160

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