notes per la psicoanalisi 1/2017

COPERTINA NOTES 9

 

cura e situazione psicoanalitica

La pratica della psicoanalisi e la sua estensione hanno determinato non solo variazioni nella tecnica, ma anche accentuazioni diversificate delle peculiarità della situazione analitica, con il concorso di trasformazioni culturali che attraversano le generazioni degli analisti, riverberandosi sulla teoria e sulle istituzioni psicoanalitiche stesse. Ma già molto tempo prima, mentre il metodo psicoanalitico andava ancora definendosi alla prova dei primi cimenti con la clinica e con le vicende transferali e istituzionali che percorrevano la comunità degli analisti, quest’ultima era attraversata dalle prime controversie.

Vorremmo offrire uno spazio a quelle controversie che a tutt’oggi animano le discussioni tra analisti di diversi orientamenti, a partire da questo numero che, in particolare, include un dossier sulla posizione dell’analista. E’ uno spazio aperto a futuri interventi che volessero tornarvi sopra e dar voce ad argomentazioni differenti, oppure proporre discussioni altrimenti focalizzate. L’intento che ci prefiggiamo è, da un lato, evidenziare le invarianti della psicoanalisi e contribuire, dall’altro lato, a diffondere una disposizione all’ascolto del diverso, distinguendo la fecondità dell’espressione di interrogazioni profonde alla psicoanalisi stessa, dal banale e altrimenti motivato rigetto dell’inconscio e del pensiero sull’inconscio.

Parliamo, nel titolo di questo numero, di situazione analitica al singolare, nonostante l’apparente proliferare di ‘situazioni’ diverse che sembrano poter sottendere un’apertura della tecnica all’infinito. Fernando Riolo, nella sua lezione magistrale con la quale apriamo il fascicolo, sottolinea l’idealizzazione della clinica che spesso si accompagna a questo proliferare: una idealizzazione «in cui clinica però significa essenzialmente il soggetto della coscienza, il piano manifesto, il comportamento, i fatti, la relazione reale, il bambino e la madre reali: ovvero, capovolgendo Winnicott, dalla psicoanalisi alla pediatria».

Pensiamo che il riferimento all’idealizzazione sia cruciale, proprio in quanto l’idealizzazione comporta una tendenza all’estremo. E dall’altra parte di questa idealizzazione della clinica, si possono trovare delle reazioni anch’esse tendenti all’estremo, che chiudono la teoria nella difficoltà di mettersi alla prova dell’altro, nonostante la possibile fecondità dell’ascolto delle istanze che reclamano un diritto di cittadinanza problematico. Ma, per usare ancora le parole di Riolo, «ogni concezione intesa ad assegnare un primato alla teoria o alla clinica è semplicemente priva di senso». Tanto più che il «tripode psicoanalitico» è costituito da teoria, metodo e cura, e crolla se ad esso si sottrae il perno del metodo.

La riduzione della clinica ad esperienza empirica cosciente ci sembra possa rappresentare pienamente anche il timore espresso da Fédida quando invita gli analisti a partire, sì, dall’ancoraggio al piano cosciente della manifestazione sintomatica del paziente, ma a non rimanere troppo sotto il suo effetto, o sotto la spinta della sofferenza del paziente determinata dalle vicissitudini della sua vita: «un tale rinforzarsi del piano della coscienza fa abbandonare [all’analista] la posizione di estraneo intimo, a vantaggio (supposto) della famosa comprensione empatica». Occorre preservare, è l’indicazione di Fédida, quello che lui chiama «il sito dell’estraneo», dunque poter restare in contatto con pensieri ed affetti che non ci si aspetterebbe, lasciare affiorare la comunicazione inconscia e il conseguente prendere forma di una nuova esperienza di esposizione all’enigma dell’altro.

Come sottolinea Scarfone, «la faccia dell’inconscio che di consueto è ritrovabile ad opera dell’analisi» assume forme che risultano «dagli effetti combinati della struttura inconscia e delle forme proposte dalla cultura»; e viceversa, però, «le formazioni psichiche inconsce prodotte come risposte o rivestimenti sono sempre già deformate, perturbate dalla Cosa… questo enigma che persiste nell’incontro con l‘altro umano e che Freud ha individuato sin dal Progetto».

Ed è all’invarianza di questo persistente enigma che fonda l’incontro umano che mira Freud nella creazione di un dispositivo per metterlo al lavoro, dando forma alla cura psicoanalitica.

E, in verità, quella dissimmetria essenziale che connota l’incontro umano alla sua origine, oltre che dissimmetria tra adulto e bambino, tra un corpo e un’esperienza psichica formati ed un essere piccolo e bisognoso d’aiuto per vivere, è anche metafora del potere dell’inconscio, della sessualità, della cultura e del gruppo familiare sul divenire dell’Io, che si condensa nell’incontro tra il bambino e il Nebenmensch, l’adulto soccorrevole. L’enigma sussiste nel cuore di questo incontro, che è «alle origini dell’etica» secondo l’espressione di Monique Schneider, in funzione di quanto il Nebenmensch sa porsi all’ascolto del grido del bambino e del suo proprio grido, ma che è anche contatto originario col «volto oscuro» del Nebenmensch stesso, e dell’umano.

Qui il metodo incontra quella che, a retaggio della lunga controversia con Freud, Ferenczi ha chiamato la «seconda regola fondamentale», vale a dire l’analisi dell’analista.

All’origine, è l’abbandono della suggestione da parte di Freud ad inaugurare quella intersezione di metodo ed etica che da allora in poi non cessa di interrogare l’inconscio nella sua doppia «faccia”, appunto, di oggetto dell’indagine e della cura psicoanalitica, e di elemento costitutivo della soggettività dei suoi due protagonisti. E’ una intersezione alla quale  abbiamo già dedicato un numero di questa rivista, intitolato “la cura e l’etica”, e che percorre per più versi gli scritti del presente volume. Ed è in questa intersezione che si colloca propriamente il termine ‘cura’.

I saggi di Jean-Luc Donnet e di Laurence Kahn percorrono, con diverse accentuazioni, quel nodo tra metodo ed etica che si ritrova nella questione della neutralità analitica, a partire dalla traduzione con questo termine dell’Indifferenz freudiana e dal contesto in cui questi termini sono stati coniati. Donnet sottolinea lo «scarto soggetto-funzione», che mette in tensione permanente la posizione dell’analista, e che è parte costitutiva del processo analitico, come testimonia l’esistenza stessa del contro-transfert. Se quest’ultimo tocca l’intimo dell’analista, la funzione preme verso l’impersonalità sorretta dal metodo, che resta tuttavia asintotica e non può confondersi con l’impersonalità radicale di un soggetto della scienza estraneo alle operazioni che conduce. Così «la funzione terzizzante non si colloca né nell’analista né nel metodo, ma tra di loro: essa, con le sue eclissi e le sue ri-emergenze, può giocare un ruolo per il paziente solo nell’oscillazione sostenuta dallo scarto soggetto-funzione».

Significativamente, nel lavoro di Fédida che presentiamo per la sezione “classici”, è sulla sua ricorrente definizione dell’analisi come «intervallo», la cui funzione si dispiega «tra l’analista e l’analizzante», che l’autore si sofferma, conducendoci nell’intervallo tra la rottura dello Zeit che «istantaneizza il presente», e l’atto di decisione del Kairos, attraverso quel «negativo operante» che è la presenza dell’analista.

Laurence Kahn, richiamando il senso della distinzione di Freud tra «affetto» e «quantum d’affetto», sottolinea come questa distinzione scompaia con la ricusazione della metapsicologia: e come ciò permetta di respingere «quella scissione così essenziale  alla concezione dell’inconscio tra  l’identità della “persona” e l’agente pulsionale». Infatti, «la valenza “quantitativa”, che può legarsi indifferentemente su tale o  talaltro  segmento rappresentativo infischiandosene  della sua valutazione qualitativa, trae proprio dalla sua “indifferenza” il potere di dirottare  tutti i sistemi di riferimento della coscienza». Pertanto, «sull’affetto, in psicoanalisi, non  si può  fare affidamento.   E la teoria del suo ascolto  non può considerarlo come un riflesso  veritiero della vita psichica,  malgrado l’assoggettamento  generato dalla sua presenza  sentimentale e sensoriale».

 

In che modo, in quali specifiche modalità, la psicoanalisi delinea una «technè» (l’etimo, come si sa, rimanda ad un’arte) per prendersi cura singolarmente di ciascun paziente; in quali specifiche modalità si declina singolarmente ciascun incontro analitico, è la questione che si pone nella psicoanalisi in generale, ed in particolare nella sua estensione a dispositivi diversi dalla cura tipo, di cui in questo numero presentiamo un esempio nel lavoro di Angela Joyce con i bambini e nella sua riflessione sulla peculiarità dell’uso della regressione topica.

La questione della tecnica, dunque, come ricorda ancora Riolo, è che le sue trasformazioni siano compatibili con il metodo. La denominazione «psicoanalitica» non può riguardare qualsiasi tecnica, così come qualsiasi teoria si voglia produrre al di fuori delle invarianti della psicoanalisi e della sua essenza di cura attraverso l’esplorazione dell’inconscio.

«In realtà non c’è nulla nella particolare struttura dell’uomo a renderlo davvero adatto al lavoro psicoanalitico», è una meditazione di Freud che Contardi ci propone ripercorrendo le preoccupazioni del fondatore della psicoanalisi sul suo futuro, tramite uno studio dei documenti, anche inediti, di quei primi anni in cui il metodo psicoanalitico ha preso forma.

E non sarebbe cosa da poco, si sa, se ci si dovesse proporre di delineare variabili e invarianti della «particolare struttura dell’uomo»… Basti pensare alle successive ferite narcisistiche messe in luce da Freud nella storia dell’umanità, proprio in relazione all’ideale con cui l’uomo filtra il pensiero su se stesso. Tuttavia, certamente altro è l’apparato psichico e le sue determinanti inconsce, altro sono la cultura, le epoche, le geografie, gli usi, le esperienze individuali.

La rapidissima trasformazione del modo in cui viviamo giustifica le trasformazioni altrettanto rapide e culturalmente determinate dell’idea di una cura della psiche cui oggi assistiamo? Le giustifica il progresso scientifico o lo sbalorditivo mutamento delle possibilità che la tecnologia mette a disposizione del corpo umano?

Nel suo contributo sull’interprete letterario, Stefano Brugnolo coglie il dissidio temporale che è anch’esso, infatti, una caratteristica strutturale della natura umana, e ci ricorda, citando il filosofo Günther Anders, che l’uomo, «diversamente dalla civiltà che ha creato e che cambia sempre più rapidamente, è un essere antiquato, sostanzialmente simile ai suoi antenati». Brugnolo sottolinea come l’arte, da sempre, e dunque molto prima della psicoanalisi, sappia raggiungere «le dimensioni e zone fonde dell’essere, ed è per questo che certe opere antiche ci toccano. E lo fanno anche se a noi spesso mancano le conoscenze relative ai contesti culturali e sociali dentro cui esse si produssero».

cura e situazione psicoanalitica

editoriale

  • Fernando Riolo – Il metodo psicoanalitico

dossier: la posizione dell’analista

  • Jean-Luc Donnet – La neutralità e lo scarto soggetto-funzione
  • Laurence Kahn – La soluzione consensuale
  • Roberto Contardi – I “cupi pensieri” di Freud sul futuro della tecnica psicoanalitica
  • Angela Joyce – Immagini e parole. Alcune prospettive contemporanee sul concetto di regressione

Classici

  • Pierre Fédida – L’intervallo

notes per notes

  • Dominique Scarfone – L’inconscio che parla e l’inconscio di cui si parla

letture

  • Andrea Braun  – Note intorno al libro Une histoire de l’empathie di J. Hochmann
  • Anna Zurolo – Homo homini empaticus. Un viaggio alle origini della coscienza empatica
  • Stefano Brugnolo – La responsabilità dell’interprete davanti al testo letterario

 

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