Rileggere “Il disagio della civiltà”

L’esigenza di tornare sul testo freudiano del ’29, assumendo per un verso tutta la portata di una riflessione lucida sull’ evoluzione della civiltà e i suoi effetti e misurando, per un altro, la distanza che ci separa dal contesto storico in cui fu prodotto, è ciò che ha messo insieme i componenti del gruppo. In termini più precisi e con un gioco di parole che non ha nulla di gratuito, la scelta di un testo chiave qual è Il disagio della civiltà per la “diagnosi” che contiene, gli strumenti che offre e gli interrogativi che lascia aperti, è nata dal disagio che la crisi attuale della modernità ci fa patire, nelle nostre vite e nel nostro lavoro, e dunque dall’ esigenza – si direbbe meglio l’urgenza – di identificarne le coordinate e provare a pensarne gli effetti. La provenienza dei componenti da differenti campi disciplinari (psicoanalisi, filosofia, psicologia dello sviluppo), la presenza di livelli diversi di formazione e di pratica clinica, insieme al portato di una lunga esperienza di insegnamento universitario (per molti dei componenti), hanno rappresentato gli elementi caratterizzanti del gruppo, comportando l’attesa di un confronto che potesse mettere a frutto queste differenze.

La prima fase del gruppo ci ha visto impegnati nel lavoro sul testo e i suoi rimandi ad altri testi direttamente evocati o implicitamente presenti, che ha fatto emergere la centralità della teorizzazione freudiana della pulsione di morte e l’esigenza di riprenderne alcune letture (tra altri, Anzieu, Green, più di recente Zaltzman); sulla sua genealogia in quanto lavoro che non si limita a collocare il testo e le questioni che vi si pongono nel movimento più ampio della riflessione freudiana, ma chiama in causa il contesto storico-culturale, le coordinate di uno specifico momento nella storia della nostra civiltà. Successivamente, il lavoro si è orientato su alcuni contributi della letteratura degli ultimi vent’anni circa, selezionati sulla base della loro proposta che incontrava la nostra esigenza di lavorare l’intreccio di individuale e collettivo, in coerenza con la visione freudiana, e senza tralasciare gli spunti critici e le aperture di prospettiva provenienti da altri discorsi, extra-analitici. Il nostro procedere si è andato costantemente alimentando dei riferimenti all’esperienza specifica di ciascuno, dall’ambito della didattica (relazione docente-allievo, formazione degli operatori), a quello della clinica (ai livelli diversi di esperienza e formazione) che ha dato luogo ad un movimento di andata e ritorno, dalla teoria alla pratica e viceversa. Non è superfluo sottolineare quanto questa oscillazione proficua abbia al tempo stesso messo alla prova la capacità di ascolto del discorso dell’altro, tenuto conto di quanto detto circa la composizione del gruppo; consapevoli del rischio insito nel passaggio da un campo disciplinare all’altro, com’è noto ben segnalato da Freud, il lavoro sul linguaggio, sul senso di termini talvolta comuni a campi diversi, è stato oggetto di attenzione, nonché di scoperte inattese.

Infine, nel corso del lavoro si sono andati delineando dei sotto-temi, oggetto di specifico interesse di ricerca di alcuni di noi

Attuali percorsi di soggettivazione e loro effetti sul divenire del singolo e sulle forme di legame
Violenza della differenza. Violenza tra i sessi
La questione del Male e il Kulturarbeit
Il disagio dell’adolescenza nella relazione educativa
Disagio della/nella civiltà e melanconia